D: Allora, professor Pitagora, ci spiega una volta per tutte questa faccenda del "numero vuoto" che regola la realta? Siamo tutti "vuoti" o cosa?

R: I numeri regolano i rapporti tra le cose, gli esseri viventi e tra questi e quelle. Per esempio, la lunghezza della mia risposta è rapportabile alla difficoltà della domanda secondo una proporzione matematica, che però non illustrerò per non tediare il lettore. Diciamo però che in base a quanto appena detto il numero non va separato dalle sostanze percepibili. Ora, ciò che separa le nature è vuoto e vuoto è anche il numero. Difatti, il numero 2, che indica noi due che discutiamo è vuoto, lo spazio che separa me e lei è vuoto e la relazione 1:1 tra me e lei è vuota. Ma come si vede, io sto parlando solo di rapporti fisici (tralasciamo ora la questione della loro spiegazione ideale e matematica), non di rapporti umani o d'altro genere. Vede, in quanto numeri, io e lei siamo vuoti, in quanto soggetti dialoganti siamo vuoti, ma non lo siamo affatto in quanto, per esempio, soggetti che hanno intelletto di tutto quanto siamo andati dicendo. E a questo proposito vorrei dire un paio di parole conclusive. Tenendo presente che il vuoto viene respirato dal cielo e che l'anima, in quanto armonizzatrice di tutti gli elementi che vengono a far parte del corpo, quando questo muore, cessa di essere anch'essa, se ne deduce che il nostro rapporto col mondo avrà il contenuto che noi sapremo dargli. E non c'è altro senso che questo da dare alle nostre vite, poichè conducendo una vita vuota e vuoti essendo per il numero, prima e dopo di ogni uomo non avremmo a parlar d'altro che di un soffio tra le nuvole, infinito. E terribile.


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LucFaccenda ¦ 09:30 ¦ martedì, 01 gennaio 2008 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]

D: Allora Eraclito, Pitagora l'accusa di essersene andato nei boschi, per paura del confronto con lui e perchè in fondo lei sarebbe solo un cercatore di tartufi, per giunta fallito. Come si difende?

R: Innanzitutto sono i tartufi che trovano me. In secondo luogo, il Signor Pitagora non ha ancora capito che sapere molto non insegna niente, non quello che conta davvero almeno. E' il logos che conta. E basta. Ma Pitagora, Ecateo, Esiodo - te lo raccomando quello - Senofane e compagnia cantante proprio non lo vogliono capire. Vede, il logos è dappertutto e da nessuna parte. Le racconto una cosa che mi è successa. Circa un mese fa, dei forestieri sono venuti a casa mia a farmi visita. Forse erano incuriositi dalla fama che precede il mio nome - ride.
Fatto sta che faceva freddo e io me ne stavo davanti ad una piccola stufa a scaldarmi. I forestieri però esitavano ad entrare e dall'uscio mi guardavano affranti e delusi. Delusi, si. Non è che io navighi nell'oro e nemmeno nella giovinezzza, d'altra parte. Però io li ho invitati ad entrare e a sedere accanto a me. Siamo rimasti in silenzio davanti alla stufa per circa un' ora. E alla fine, quando ho visto che cominciavano a dare i primi segni di insofferenza, ho detto loro - quando e se avranno capito dipende dalle loro diottrie - : "Vedete, anche qui abitano gli dei."


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LucFaccenda ¦ 12:12 ¦ domenica, 30 dicembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti (2) [popup]
D: Carneade, ieri pomeriggio un comitato di paracadutisti non le ha permesso di lasciare l'Accademia se non scortato. L'accusano di aver sostenuto che Giusto è figlio di Utile. Allora?

R: Mi accusano anche di volerlo far fuori, Giusto. Ma io non posso uccidere l'acqua. E per di più un'acqua stolta, che si fa fuori da sè. Questo per chiarire. Veniamo a noi. Primo: gli uomini hanno sancito leggi diverse a seconda dei loro diversi costumi. Non solo. Presso uno stesso popolo si danno leggi diverse in tempi diversi. Il Diritto Naturale? Una panzana. Gli animali e gli uomini sono piuttosto spinti dalla Natura a ricercare il proprio utile. Ma ammesso anche che si dia un Giusto orfano. Seguendolo, chi ha riguardo agli interessi altrui, danneggia i propri. Le pare una una buona idea? Anzi, visto che i paracadutisti si occupano tanto delle mie figliolanze (ride), sa cosa le dico? In effetti hanno ragione. Mi sono sbagliato. Infatti Giusto non può essere figlio di Utile. Non si può generare quel che non esiste!


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LucFaccenda ¦ 16:49 ¦ martedì, 20 novembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]
D: Euclide, Aristotele ha rilasciato dichiarazioni piuttosto pesanti nei suoi confronti: la accusa di calpestare i suoi anni di lavoro sul linguaggio con diatribe da due soldi. Eppure a Megara non la pensano così. Vuol dirci qualcosa di più su questa nuova dialettica?

R: Guardi, innanzitutto la diatriba è un genere letterario quindi o Aristotele mi scambia per uno scrittore oppure non ha capito. Veniamo a noi. Non mi interessano le premesse, ma le conclusioni. Quelle delle dimostrazioni aristoteliche appunto, che pretendono di stabilire che si da sempre la possibilità di predicare qualcosa di qualcos'altro in termini scientifici dunque certi. E' ora di finirla con il linguaggio che può tutto. E con le sue toppe: prendiamo l'analogia: simili e dissimili giusto? Bene, io dico: se si tratta di simili meglio guardare le cose stesse invece di quelle cui sono simili; se si tratta si dissilmili, ogni accostamento è superfluo. Ma a proposito delle conclusioni di cui si diceva, ecco, facciamo un giochino: vede quell'uomo laggiù con il cappuccio? Sarebbe in grado di riconoscerlo? Credo di no. Ma se si avvicina lo riconoscerbbe senz'altro: è il mio amico Eubulide. Cosa ne deduciamo? Che conosciamo e non conosciamo la stessa persona. E capirà che qui il discorso non riguarda solo il linguaggio. Ma la realtà stessa. Quando incontra Aristotele - ride - gli chieda da parte mia: 'Se lei dice che Euclide dice il falso e afferma che ciò è vero, questa asserzione è vera o falsa?'



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LucFaccenda ¦ 09:46 ¦ domenica, 30 settembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]
D: Antistene, negli ultimi giorni Platone la sta attaccando a spron battuto dalle pagine del CRUDOPOLIS a proposito del titolo che lei si attribuisce di rappresentante autentico della dottrina socratica. Platone la definisce "un impostore". Come si difende?

R: Due parole su Platone, innanzitutto. La realtà è fatta di tante entità individuali irriducibili l'una all'altra. Ognuna di esse ha un 'nome' e questo è l'unico segno di esse che abbiamo a disposizione. Dunque, data questa unicità, risulta impossibile contraddire e non si può dire il falso. Bene. Abbiamo allora un mondo fatto di cose singole. Le idee di Platone non hanno alcuna corrispondenza con esse: non sono che vuoti concetti. Vedo il cavallo, non la cavallinità! Piuttosto è alla felicità che dobbiamo badare. E tale felicità - come voleva Socrate - è conseguibile solo dall'uomo virtuoso. E chi è l'uomo virtuoso? L'uomo che non ha bisogno di nulla, che disprezza piaceri e comodità, autosufficiente, che sopporta disagi e fatiche per conseguire in fondo l'unica cosa che conta. La sua libertà.



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LucFaccenda ¦ 11:39 ¦ sabato, 29 settembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti (1) [popup]
D: "Platone, di recente il suo Fedro è stato messo sotto accusa per via della critica dell'opera scritta che esso contiene. Come la mettiamo con gli scrittori?"

R: "Come lei sa dei poeti non mi curo granchè da quando ho bruciato le mie tragedia giovanili. Quanto alla Filosofia le dirò qual è il mio pensiero. Lo scritto ripete sempre se stesso, dunque è per natura incapace di comunicare la verità e comunque può essere frainteso se arriva nelle mani di persone prive di attitudine filosofica. Il vero discorso filosofico è quello scritto nell'anima di colui che sa e si attua solo sul piano della comunicazione orale, che rende possibile la scelta degli interlocutori adatti e la trasmissione della verità a tempo debito e nella giusta misura."


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LucFaccenda ¦ 11:15 ¦ martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]
D: Punk vuol dire rifiuto totale. Ora, lei, Diogene, è l’esponente di spicco dei Cinici. E voialtri cinici rifiutate tutto, dalle convenzioni alle leggi della città alla morale comune. Inoltre lei afferma che è lecito rubare, che le donne devono essere comuni e che si deve vivere secondo natura. Del resto lei stesso è soprannominato “cane”. Siete stati i primi punk?

R: La nostra idea di virtù è opinabile certo. Ma cosa non lo è? A noi interessa fondamentalmente la libertà e ci riteniamo epigoni di Ercole. Quando cominciammo la polis era in crisi da tempo, e i valori su cui si fondava non li sentivamo affatto nostri. Il concetto di mio e tuo è convenzionale. Come i costumi e l’idea che si debba dipendere da qualcosa o da qualcuno. Noi proclamiamo l’autosufficienza e la totale libertà. Per poterle raggiungere pensiamo sia necessario fare a meno di piaceri e comodità varie. Esse infatti creano dipendenza. I punk rifiutavano per distruggere. Noi, certo a modo nostro - ride - cerchiamo di darci comunque delle direttive. Nessuno di noi s’è mai dato alle crapule e agli stravizi. E poi…mi pare che noialtri non si sia mai fatto a pezzi nessuno!


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LucFaccenda ¦ 14:59 ¦ venerdì, 07 settembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]
D.: “Senta, Epitteto, volevo chiederle com’è questa storia del procurarsi desideri e avversioni in modo da non subire impedimenti e inciampi…”

R.: “Beh, le racconterò un aneddoto in proposito. Rufo disse ad Agrippino: ‘Discutono la tua causa in senato’. E Agrippino disse: ‘Con buona fortuna! Ma sono le undici – (a quell’ora era solito fare gli esercizi e poi prendere un bagno freddo) – usciamo e facciamo gli esercizi’. Quando li ebbe terminati, ecco uno che gli dice: ‘Sei stato condannato’. ‘All’esilio o alla morte? – chiese. ‘All’esilio.’ ‘E delle mie cose che ne è?’ ‘Non ti sono state confiscate.’ ‘Allora, andiamo ad Ariccia e pranzeremo lì.’”


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LucFaccenda ¦ 14:50 ¦ venerdì, 07 settembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]

D: Crisippo, Cicerone - nel suo editoriale su CRUDOPOLIS - le attribuisce una bipartizione delle cause e usa tale bipartizione allo scopo di spiegare i rapporti tra fato e volontà libera dell’uomo: il fato dà il là all’azione, ma la volontà rimane artifex interna e simultanea. Lei ha dato a Cicerone del “coacervo”. Ebbene?

R: Vede, caro amico, il fatto è che l’anfibio Cicerone mischia le carte in tavola – accenna un sorriso – in quanto egli mi attribuisce conseguenze indebite di una bipartizione che pur sostengo. Evidentemente mastro Cicerone ha dimenticato o non mai s’è curato delle note di Diogeniano e Alessandro di Afrodisia, miei compagni di portico…Ciò tolto veniamo a noi: la bipartizione serve a stabilire cosa sia in potere dell’uomo, ma non per contrapporlo a ciò che dipende dal fato, quanto per distinguerlo da ciò che non è in nostro potere, restando a monte stabilito che sia ciò che dipende dall’uomo, sia ciò che non dipende dall’uomo, è e resta in potere del fato. E quando dico in potere del fato voglio dire in potere del fato.



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LucFaccenda ¦ 14:23 ¦ domenica, 02 settembre 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]
D: Antifonte, sul Dialettico di oggi Socrate la definisce “innocuo balanzone” a causa del suo modo di intendere l’istituto della testimonianza. Ci illustrerebbe meglio la sua tesi?

R: Caro amico, voglio prospettarle una situazione tipica. Mettiamo che lei testimoni il vero in un processo. A causa di ciò, colui contro il quale lei rende la testimonianza viene condannato e se non perde la vita ci rimette i beni. Ora, in tal modo lei commetterebbe un’ingiustizia in quanto renderebbe testimonianza contro chi non le ha fatto niente. Non solo. Lei stesso subirebbe in una tale situazione ingiustizia. Per due ragioni: sarà odiato da colui che verrà condannato per causa sua e per tutta la vita dovrà guardarsi dalla sua vendetta. E ritrovandosi così ad avere un nemico lei, per prevenire danni a sé o ai suoi cari, compirà, se si presenterà l’occasione, cose atte a danneggiarlo. Dunque sarà portato a commettere nuovamente ingiustizia. Per cui se è giusto non fare e non ricevere ingiustizia, non può esserlo nel contempo il fatto che lei appunto la commetta e la riceva. E’ necessario infatti che o entrambe le cose siano ingiuste o sia giusta solo una delle due. Ed essendo evidente per quale tesi io propenda, la mia conclusione è che il processare e il giudicare, qualunque sia il loro esito, siano ingiusti. Infatti sempre ciò che giova agli uni danneggia gli altri, sicché se chi trae vantaggio dal processo non riceve ingiustizia, lo stesso non può dirsi per chi viene danneggiato. Quanto a Socrate, gli offro pubblicamente un biglietto per la commedia che andrà in scena sabato prossimo qui ad Atene per la regia di un caro amico: Aristofane.


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LucFaccenda ¦ 08:49 ¦ venerdì, 31 agosto 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]
D: Avvocato Gorgia, visto lo scalpore destato dalle sue recenti affermazioni su Elena - i discendenti di Enea l’hanno già citata in giudizio – ci vuol spiegare una volta per tutte perché Elena non sarebbe una puttana?

R: Senz’altro. Guardi, il problema è a monte. A ben vedere il punto non è quel che successe a Troia, ma perché Elena vi giunse. Il malaffare segue infatti la malafemmina. Vediamo dunque di dire perché Elena giunse a Troia. Fu forse il volere di un dio o il fato a condurla lì? E sia. Ma allora mi si dica quale essere umano ha mai potuto opporsi a entrambi. O forse venne rapita. Le si usò dunque violenza. Dove starebbe dunque in tal caso la sua colpa? Oppure è stato con parole ingannatrici che la si è persuasa a recarsi a Troia? Ebbene: quanti hanno ingannato servendosi della parola che è un gran sovrano! Certo ponendo mente alle circostanze passate presenti e future, ben ci si potrebbe opporre ad un discorso menzognero. Ma mi si dica dov’è quell’uomo che tutto ricorda, che osserva senza errare il presente e che può prevedere ciò che sarà ed io mi farò seguace di Parmenide! Infine, potrebbe darsi un’altra causa: l’amore. Capita spesso che chi veda cose paurose smarrisca seduta stante tutto il suo senno. Ciò perché quel che si vede modella l’anima. E in taluni casi la rende folle. In altri invece la vista produce desiderio. Ora, se l’occhio di Elena fu ammaliato dal corpo di Alessandro, che diremo noi di questo? Che se ella fu sopraffatta da amore, amore è dio e dunque qual mortale, essendo al dio inferiore, potrebbe mai opporgli resistenza alcuna? Se invece amore è malattia e ignoranza dell’anima, quella di Elena non fu colpa ma sventura. Elena dunque giunse a Troia per le trappole della fortuna non in seguito ad una sua decisione, per l’inevitabilità dell’amore non per studiato disegno. Giunse dunque a Troia nè più nè meno che una donna. Che questo poi possa essere il guaio è tutt’un altro film.



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LucFaccenda ¦ 11:16 ¦ mercoledì, 29 agosto 2007 ¦ Permalink ¦ commenti (1) [popup]
D: Egesia, lei è noto fra i Cirenaici con l’appellativo poco rassicurante di “persuasor di morte”. Questo significa che il suicidio è la soluzione?

R: Come al solito si cerca il senso delle cose nella lapidarietà per aver qualche comoda sentenza a portata di mano. Mi spiace deludere tali aspettative, ma le cose sono un po’ più complesse. Cercherò di esporre in breve quel tratto della mia dottrina che qualcuno ha voluto utilizzare per appiccicarmi quell’ etichetta. Dunque, questo è quel che penso: cose come l’amicizia o la gioia non esistono in sé ma solo per l’uso che ne facciamo – chi è benevolo dona gioia, chi ne ha ricevuto di più fa del bene. Ora, se la felicità va colta come somma di momenti piacevoli, vuol dire che non può esser scelta per sé stessa. Se guardiamo alla somma di tali momenti cosa ne ricaviamo? Forse che le gioie sono maggiori dei dolori? Sia pure. Ma non è forse vero che il corpo è pieno di molte sofferenze? E che l’anima soffre con il corpo ed è turbata? E che la sorte rende vane assai spesso le nostre aspettative? E allora come si può scegliere la felicità per sé stessa? Essa infatti è in tal senso impossibile. Cosa allora può essere scelto per sé stesso? La vita. O la morte. Ma a partire da questi presupposti di qual vita si tratta? Di una vita che baderà a fuggire i mali più che a perseguire i beni, in quanto cose illusorie, ad essere il meno faticosa possibile e indifferente a quel che procura piacere. Non la vita dunque, ma la vita piacevole è aspirazione sciocca. E se ciò è vero sarà allora possibile concepire la morte in sé quale sommo piacere. Si tratta di una scelta tra due in sé. Se uno si uccide perché la vita non lo soddisfa è un idiota, poiché vi cerca quel che essa non può garantire. Chi la odia, odia il nulla poiché pretende l’impossibile. Il sapiente invece non odia, insegna. Ecco perché concludo dicendole serenamente che io non persuado nessuno ad un bel cavolo di niente.


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LucFaccenda ¦ 14:26 ¦ venerdì, 24 agosto 2007 ¦ Permalink ¦ commenti (1) [popup]
D: Teodoro, dopo Diogene di Sinope, il CRUDOPOLIS ha preso di mira lei. Per quella faccenda del suo soprannome: perché la chiamano l’ “ateo”?

R: Credo che dipenda dal fatto che io disprezzo certo attivismo civil-politico à la Protagora per dirne uno. La città non è più a misura d’uomo. Io non credo ai suoi valori, tra i quali quello religioso – si accende lentamente una sigaretta. E’ tempo di parteggiare per sé stessi. E le dico questo non mosso da risentimento – non più – ma in base ad una valutazione positiva: prendiamo quelli che vanno a morire per la patria: dico: le sembra una cosa ragionevole? Le sembra una cosa ragionevole che uomini dotati di grande valore gettino via la propria saggezza per l’utile di pochi scellerati? E riflettiamo su quest’altro punto: il furto o l’adulterio o il sacrilegio: sono queste cose turpi per natura o sono tali perché vietate dalla legge e vituperate a seguito dell’opinione che vi è stata legata per metter freno agli stolti? Il saggio, e quando dico il saggio voglio dire il saggio, considererà come sua patria il mondo. Rubare o commettere adulterio o sacrilegio sono per lui azioni senza nome: egli farà semplicemente uso di ciò che gli serve, apertamente e senza esitazione.



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LucFaccenda ¦ 16:44 ¦ mercoledì, 22 agosto 2007 ¦ Permalink ¦ commenti [popup]